Pietraroja: un viaggio tra storia, natura e tradizione


L’anima di Pietraroja si percepisce già lungo la strada che porta al paese. Circa 900 metri sul livello del mare, sovrastata dalle cime del Matese, tra Benevento e Campobasso, il suo territorio è riserva naturale del Parco Nazionale del Matese, al confine tra Campania e Molise. Frontiere valicate da generazioni di pastori in carovana con gli animali quando, finita l’estate, gli uomini e spesso anche i bambini, transumavano verso la Puglia. “Gli animali conoscevano la strada. Si partiva in tanti per condividere il lavoro”. Un giovane casaro racconta del nonno transumante mentre fila la pasta del caciocavallo. “Nelle terre del Gargano, in attesa della primavera, i petriani emigrati producevano formaggio in una sorta di caseificio sociale dove si lavorava per tutti” condividendo un sentimento di aiuto reciproco, forse figlio della necessità di sopravvivere ad un territorio difficile, che ha rafforzato il carattere e i legami della comunità. Non a caso il borgo di Mastramici consacra nel nome l’attitudine all’amicizia. Tra i ruderi di pietra, la Cappella di San Francesco conserva quasi intatta la sua struttura, costruita dopo un sogno del Santo.



Pietraroja profuma di fiabe antiche, ispirate alla memoria di una terra che appartiene alla montagna ma ha origine dal mare. Circa cento milioni di anni fa, nelle acque di Tetide, l’oceano primordiale, si sedimentarono le rocce de “Le Cavere”. Strati in cui si conserva un patrimonio eccezionale con i segni di un'era dominata dai dinosauri: piante, pesci fossili e vertebrati terrestri, come il piccolo Ciro, il primo fossile d’Italia e uno dei più importanti al mondo. Definito dalla Società Geologica Italiana “uno scrigno di paleo-biodiversità ad alta risoluzione”, questo territorio è un viaggio nella memoria dell’Universo, alle origini della Terra. Scipionyx Samnticus ha rivoluzionato la paleogeografia. Il nome omaggia il geologo italiano Scipione Breislak primo a segnalare fossili di pesci nel Geosito di Pietraroja, e Onyx per gli artigli sulle zampe. Scoperto nel 1981, fu studiato dagli scienziati Dal Sasso e Signore, rivelando uno scheletro quasi completo e resti di organi interni, una rarità nella paleontologia. Nel 2005 fu inaugurato il Parco Geopaleontologico e Paleolab, con allestimenti curati da Paco Lanciano, divenuto luogo del cuore per la comunità.



“Alcune vette, ergendosi più arditamente, bucavano le grigie nubi”, scriverebbe Jules Verne osservando le montagne di Pietraroja. Qui si assiste al prodigio della natura. I boschi in autunno dipingono il paesaggio con colori vividi. Ruscelli sotterranei, alimentati dalla neve, riemergono a dissetare piante, uomini e animali. Il Rio Caldo segna il confine con Cusano Mutri. Lungo il cammino verso il Titerno, il torrente Vallantica esplode con una cascata sopra il ponte di pietra lungo il vecchio tratturo tra Sepino e Cerreto Sannita.



Il “viaggio al centro della Terra” si compie nelle vecchie miniere: corridoi silenziosi conducono alle viscere vermiglie come la roccia sedimentaria che custodisce la bauxite. Con torcia e caschetto, si cammina in ascolto del cuore della montagna, mentre l’eco delle gocce stilla dalle pareti. Le caverne del Matese furono rifugio dei briganti nella lotta contro il predominio piemontese. Nel 1863 i generali della Guardia Nazionale, con la falsa promessa di salvezza, appresero da un abitante di Pietraroja che nella Grotta delle Fate si rifugiavano alcuni membri della banda Varrone. Assediati per giorni, i briganti furono catturati e fucilati alla schiena nei pressi dell’attuale Municipio. La storia lascia tracce nella memoria e nei luoghi. “Fu la peste 1656” e “Fu la carestia 1648”, scritte scolpite nel portale della Chiesa di Santa Maria Assunta, richiamano alla fragilità umana e alla forza salvifica della fede.



Per apprezzare Pietraroja il segreto è non avere fretta. Come per il prosciutto, il cui particolare microclima e metodo naturale di stagionatura ne sviluppano un profilo aromatico unico. I riferimenti al prosciutto si ritrovano nelle raffigurazioni d’epoca dei costumi tipici delle donne e nei documenti storici. Nel 1776 il Duca di Laurenzana di Piedimonte commissionava una fornitura di “prigiotta” da Pietraroja. Oggi, grazie alla dedizione dei produttori, è riconosciuto come “prosciutto leggendario” (Food and Wine Italia). Nel Museo privato del paese si ripercorre la storia del prosciutto, della cultura contadina e delle tradizioni locali.



Molti giovani hanno scelto di continuare la tradizione dell’allevamento di pecore e vacche, con una visione contemporanea e sostenibile del benessere animale e di una produzione di qualità. Processi di lavorazione tramandati da genitore a figlio, insegnamenti che qui si considerano una dote, come la caseificazione e la produzione artigianale di pasta. “I carrati fanno parte del patrimonio di saperi a corredo delle donne”. Un universo femminile che ha accolto la sfida di recuperare una consuetudine per farne il cuore di piccole imprese. I carrati, tipici di Pietraroja, sono fatti a mano: la pasta viene “carriata” e modellata con il fuso. Il condimento rituale è il ragù di braciole di pecora con pecorino e noci. Durante la semina, si credeva che la lunghezza della pasta predicesse quella delle spighe. I racconti popolari abitano ancora questi luoghi.



La leggenda di Zì Peppu Mamèo e del suo libro di incantesimi murato in casa è ancora viva. La disputa tra parroco e mago, tra sacro e profano, si risolse con l’arresto di Peppe e un sortilegio che lasciò uno squarcio nella soglia di marmo della casa. Alla Ciampa della Madonna in molti hanno tentato di ficcare il piede ignari di ciò che narra la leggenda: solo i piedi di donna possono coincidere con l’impronta. “Petra ruens” pietra che scorre, come nelle frane che spesso hanno ferito questa terra. “Petra robia” rupe rossa, come il colore dei sassi di Pesco Rosito. Perché si chiami Pietraroja resta un dilemma. Di sicuro il patrimonio che la storia ha donato a questa terra vale un profondo rispetto. 



La natura detta le regole e lo scorrere del tempo è diverso. È emozionante calpestare la terra che milioni di anni fa fu il fondale di un oceano estinto che ha lasciato nelle pietre le tracce della sua presenza. Sembra di vederlo il mare, quando, appena fatto giorno, l’aria sa di latte appena munto e le nuvole inondano la valle. Pietraroja ha un cuore errante. Palpita nelle botteghe del borgo e nella roccia che racchiude la vita di creature giurassiche. Nelle contrade Valli, Filette, Rampuni, Potete, Metole, Costa degli Uccelli, continua a vivere nelle storie di generazioni di pastori: transumanti, emigranti, tornati alle origini per raccogliere l’eredità di custodi dei luoghi, presidi di memoria, creatori di valori.